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Pieni e Vuoti

La scheda perforata di Jacquard e

l'arte binaria di Gianfranco Chiavacci nel concerto al

Pianoforte del Maestro Andrea Nesti

Dal 6 Giugno 2014 al 19 Giugno 2014

"Humandog" di Silvia Amodio

24-25 Maggio 2014 presso le Fattorie di Bacchereto

"Di-vino Volto del contemporaneo" di Roberto Renai

14 Febbraio 2014

"10 Poesie d'Amore per un giorno speciale" Massimo Biagi

22 Dicembre 2013 L'opera al Nudo - Die Aktmalerei

12 Artisti per 12 Mesi a cura di Patrizia Landi

20 Giugno 2013 "Avant le Cirque", finissage de Le Cirque di Mauro Moriconi

Balletti su coreografia di Ilaria Meoni

12 Giugno 2013 "Lastra d'argento"

Incontro-discussione: fotografia a 360°, intervengono Piergiorgio Fornello e Piero Berti

26 Maggio 2013 Terre all'Arte, cantine aperte al contemporaneo

Fattorie di Bacchereto


4 Aprile 2013 - Essenzialismo della natura

incontro fra Andrea Marini e Alessandro Abramo Carretti


31 Gennaio 2013 - Lindsay kemp

Disegni danzanti

6 Dicembre 2012 Chroma - Lorenzo Acciai,Marco Biagini

Accademia d'arte Bianca Cappello Via Maggio 44r Firenze

29 Novembre 2012 -"Dal fermo all'immagine"

Una discussione a braccio fra l'Animazione e Gianfranco Chiavacci

con Alessandro Abramo Carretti

22 Novembre 2012 - "I musei e il loro pubblico"

Relatore Marco Bazzini

Direttore artistico del Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato


31 Ottobre 2012 - Biblioteca di Pistoia e Sciatò

"Solo" Gianfranco Chiavacci

 

 

 

16 Luglio- 31 Agosto 2012 - Studi Aperti a Pietrasanta

 

 

 

27 Maggio, 3 e 10 Giugno 2012 - Synthesis Lo sguardo di-vino del contemporaneo
Fattoria di Bacchereto


24 Maggio 2012 - Presentazione libro d'artista
Trattato sull'Apparizione delle Lettere di Carlo Delli
interviene il Prof. Massimo Mussini


17 Marzo 2012 - Collezionare Fotografia
Denis Curti

 

 


8 Marzo 2012 La Poltrona del Collezionista
Carlo Chiavacci - Massimo Biagi


 



21 Gennaio 2012 Graficismo e dintorni
Massimo Biagi frammenti grigi, presso Spazio Lato


 

 

15 Dicembre 2011 Con le posate di plastica
Meri Marini legge Saverio Mercati



 


1 Dicembre 2011 Sculture da indossare






27 Novembre 2011 Vibrazioni urbane
Serata conclusiva mostra personale di Emanuele Mannocci presso Tribeca Factory.
Performance di danza con coreografia di Ilaria Meoni.






24 Novembre 2011 Cappotto d'artista
Esposizione capi d'artista di Stefania Puntaroli.






17 Novembre 2011 Le fotomobili
Esposizione Roberto Pupi.






10 Novembre 2011 Finissage con smontaggio opere
Conclusione mostra di Franco Ionda e Franco Menicagli.

 

 


27 Ottobre 2011 Orizzonti verticali
Inaugurazione mostra personale di Emanuele Mannocci presso Tribeca Factory.






20 Ottobre 2011 Serata dibattito
A cura di Pietro Gaglianò.






29 Settembre 2011 Arte e cultura in relazione alla crisi economica
Ospiti: Fabio Gori, Massimo Biagi, Lorenzo Cipriani.






15 Settembre 2011 Marco Biagini realizza un'opera
Un'apericena e due chiacchere mentre assistiamo in diretta alla realizzazione dell'opera.

Tomaino Tomaino Tomaino




21 Luglio 2011 Luis Algado Presentazione del libro “Yo soy el Tango”
Serata di tango argentino, poesie, arte, opere di Lube.

Comunicato stampa








14 Luglio 2011 Giuliano Tomaino e Cristina Balsotti
Presentazione del libro “L’albero delle Carrube”.

Tomaino Tomaino




07 Luglio 2011 Mauro Moriconi
Inaugurazione mostra presso lo spazio Lato.

Comunicato stampa






30 Giugno 2011 Timecutter 2
Serata video a cura di Giovanni Surace e Lia Pantani, proiezione video degli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Firenze.






23 Giugno 2011 Danzando sull’aria spessa
Spettacolo di Danza, coreografie di Ilaria Meoni.






16 Giugno 2011 Viola
Spettacolo Teatrale di Elisabetta Salvatori, la vita di Dino Campana.






9 Giugno 2011 Underfloor in Concerto

Comunicato stampa






27 Maggio 2011 Gianfranco Chiavacci
Inaugurazione mostra presso la Saletta del Carmine Pistoia.






5 Maggio 2011 Timecutter
Serata video a cura di Giovanni Surace proiezione video degli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Firenze.






14 Aprile 2011 Alberto Moretti
Il personaggio, l’Arte, le opere, presentato da Desdemona Ventroni.






9 Aprile 2011 Gianfranco Chiavacci 1970
Inaugurazione mostra allo spazio Lato.

Comunicato stampa








22 Marzo 2011 Giacomo Costa
Dal motocross alla Biennale mi racconto.






22 Febbraio 2011 Frammenti di Cuore
11 Giovani Artisti.







 

Gianfranco Chiavacci. La grammatica della macchina

Quando negli anni Settanta Gianfranco Chiavacci si accosta alla sperimentazione attorno alla tecnologia, con un uso non convenzionale della macchina fotografica, riflette una sensibilità condivisa da un grande settore del mondo dell’arte internazionale. La sua attenzione al sistema numerico binario, che l’artista esercita in successive declinazioni, e con diversi medium, a partire dal decennio precedente, esprime il bisogno di sintetizzare (e chiarire a se stesso e a quel pubblico che, anche se silenzioso o remoto, è sempre interlocutore dell’autore nel suo studio) un rapporto inevitabile con la “macchina”, tanto nella struttura fisica quanto negli apparati teorici. In quegli stessi anni Woody Vasulka dichiarava, a proposito del video, la corresponsabilità dello strumento tecnologico nell’esito creativo. E Chiavacci elabora in modo autonomo questa tensione (in parte anche autobiografica, legata com’è alla sua professione che lo poneva quotidianamente a contatto con l’elettronica) tra l’artista e la presenza ineludibile della tecnologia. La questione, allora come oggi, con cui ogni autore deve misurarsi è quella del linguaggio, quella varietà di segni e convenzioni individuate a strutturarli, che definiscono per l’artista la capacità di uscire dalla retorica e dal metodo, per potersi inoltrare, oltre confine, nella possibilità di creare visioni. Chiavacci, adottando nelle opere fotografiche la tecnologia sia come strumento che come oggetto virtuale del suo lavoro, tesse in modo strettissimo il procedimento all’ispirazione, lega l’operazione meccanica della posa e della ripresa all’apertura alata della creazione: così il metodo diventa (nel tempo stesso in cui lo rivela) linguaggio. L’opera, ogni opera d’arte, si afferma come deviazione rispetto a un sistema di regole. Ed è esattamente quanto avviene nelle opere fotografiche di Gianfranco Chiavacci, nel momento in cui la luminosità, il colore, gli effetti del movimento vengono resi secondo una possibilità compresa dallo strumento (questo è il metodo) ma non prevista dalle sue regole (ed ecco il linguaggio). Gli oggetti astratti che compaiono nelle stampe fotografiche contengono un carattere bidimensionale che va oltre la loro natura fisica. Siamo negli anni Settanta, dicevamo, e Chiavacci intravede nella semplice azione di fotoimpressione della pellicola futuribili accessi alla tridimensionalità digitale. Il segno, che culturalmente appare inserito nel gusto e nelle forme del suo decennio, contiene la prospettiva di quello sdoppiamento che informa il tempo presente, dove la presenza di un oggetto nello spazio rappresenta solo una delle possibili realtà che lo riguardano e che lo rendono percettivamente raggiungibile. Così, la ricerca quasi cinquantennale di Chiavacci intorno alla “grammatica binaria” (un percorso articolato, ricchissimo di variazioni e deroghe da se stesso) diventa più chiara che mai e più efficace visivamente proprio nella fase in cui si discosta dalla rappresentazione in codice.

Yo soy el Tango descrive un viaggio. Un percorso trasognato e fantastico nel quale la poesia diviene pretesto per il racconto. Combinazione magica di suggestioni, con la prima rappresentazione ispirata appunto alla raccolta Yo soy el Tango, sia la musica, la recitazione, la danza, la lettera, l’arte, legate tutte indissolubilmente al tango, prenderanno vita trasformandosi e fondendosi in un gioco surreale, “universo parallelo nel quale regaliamo a noi stessi l’emozione più grande che esita, la vita”. Questo in sintesi il messaggio che Luis Algado, in collaborazione con la Galleria Die Mauer di Prato, intende dedicarci. Uno spettacolo nello spettacolo, dove i protagonisti non saranno soltanto attori, poeti, ballerini, musicisti, pittori, ma ogni persona del pubblico, chiamata a partecipare, come buona regola del tango insegna, con il suo contributo più grande, l’emozione. La musica vivrà nel bandoneòn di Francesco Furlanich, la poesia nella voce di Tiziana Galli, le installazioni dell’artista Lubé faranno da scenografia alla danza dei maestri Giuseppe e Cristina Salerno. Giovedì 21 luglio ore 21,30, Galleria Die Mauer, Prato.

Mauro Moriconi – Stati alterati di conoscenza
È quasi tutto falso, oggi. O può disinvoltamente diventarlo, grazie alle immediate possibilità fornite da tecnologie di foto e video ritocco ormai accessibili a chiunque, e soprattutto grazie alle formule collaudate di relazioni e status sociali che vengono acquisite e poi esperite come abiti identitari già confezionati (non solo in riferimento alle così dette subculture veicolate dalla comunicazione main stream, ma anche ai panorami più colti ed esclusivi dell’arte, della politica, eccetera). Così la finzione prende il posto della realtà in una serie di episodiche invenzioni che riguardano circoscritte sfere di autori e spettatori, nuclei artificiali che nel segno di una presunta autosufficienza sfruttano al massimo le possibilità mimetiche disponibili, e si affermano per estromissione di tutti quei fattori che potrebbero strappare il loro cielo di carta, o di plastica. Mauro Moriconi esplora le pieghe di questo mondo contraffatto e lavora sull’insensatezza dei contenuti e sul collasso delle forme. I suoi strumenti sono gli stessi che vengono utilizzati per mistificare la realtà (le tecnologie digitali), ma lui se ne appropria per renderli funzionali allo svelamento dell’inganno: nel suo lavoro la manipolazione digitale contiene una insolita estetica dell’errore e della manualità che denuncia l’insofferenza verso le adulterazioni del reale. Questa attitudine distingue la ricerca di Moriconi in un panorama fin troppo intasato dall’emergere di talenti e fenomeni artistici, tutti in movimento sulla corsia preferenziale dell’invenzione spiazzante, della novità a tutti i costi, della velocità interconnessa. Mauro lavora sul medium per divaricare la sua identificazione con il messaggio (in netta opposizione agli assunti di McLuhan). In questa prospettiva, nelle foto stampate su alluminio, la presenza un po’ evanescente delle geisha negli scenari high-tech di Tokio alludono a una condizione plausibile quanto improbabile, e l’oscillazione di senso che ne deriva viene amplificata proprio dal modo in cui viene utilizzato lo strumento. L’intervento di incisione di alcuni profili ribadisce un punto di vista deciso a derogare da immedesimazioni fittizie. Gli scenari messi in opera da Moriconi hanno un potere di straniamento di matrice brechtiana: portano l’osservatore a disporsi all’esterno, gli impongono l’assunzione di un atteggiamento critico, che sia capace di isolare i processi che compongono l’opera e ricostruire le fasi narrative. Ugualmente, il sentimento di denuncia che innerva buona parte del percorso dell’artista sembra essere una buona guida in operazioni sottili che corrono sul limite del rischio formalista, ma lo lasciano brillantemente sullo sfondo. La serie “Die Mauer” adotta tutti gli schemi della fotografia di moda, ma simultaneamente dichiara l’operazione di imitazione impacchettando i modelli come altrettanti fantocci. Gli uomini e le donne “in corsa” contro una superficie di mattoni sono paralizzati in un gesto che non contiene né passato né futuro, e si risolve nella piatta deroga della propria presenza agli status precostituiti di cui sopra. E il muro che li accoglie si svela immediatamente per quello che è, una superficie orizzontale, chiamando di nuovo in causa la tentazione delle finzioni, virtuali e non. Un’ultima cosa va detta: dietro le superfici convenzionali, sotto le patine delle combinazioni virtuali, permane la realtà, lo indica l’artista, ed è ancora emozionante, irritante, imprevedibile e per sempre irriducibile a una serie finita di possibilità. Pietro Gaglianò

L’ARIA SPESSA
Marco Biagini e Tohko Senda - alcune note

“Quando il bambino era bambino
non sapeva di essere un bambino
per lui tutto aveva un'anima
e tutte le anime erano un tutt'uno.

Quando il bambino era bambino
giocava con entusiasmo
e adesso è così preso dalla cosa come allora
solo se questa cosa è il suo lavoro.”
Peter Handke

1.
L’aria spessa riempie lo spazio che sta tra l’artista e il resto del mondo. È aria fatta di trasparenza, opacità, luce o tenebra, più o meno fitta, colori (tutti i colori), tutte le voci delle persone, le parole dette, il silenzio, le cose visibili a tutti – alberi, animali, uomini, case – e quelle che sono state visibili ma adesso non lo sono più, sottratte dal tempo, da altri passaggi, dalla separazione che un secondo dopo l’altro, ogni momento, coltiviamo con l’esistente. L’aria spessa tiene insieme tutto questo. Percepibile e non traducibile, se non nelle forme o nelle omissioni dell’arte. L’aria spessa infatti non è solo un libro di memorie: è attraversata in più direzioni, e può capitare che il movimento si interrompa sull’intenzione oggettivata – che può prendere la sostanza di un’immagine dipinta o disegnata, di una scultura, di un gesto, un assemblaggio, una successione di parole, un intervallo di silenzio. L’aria spessa si deposita, a volte, sulla superficie di una tela, rivelandosi come un aumento della materia sensibile, una stratificazione di filtri in successione che rendono complessa e non scontata qualsiasi narrazione.
2.
Due tensioni apparentemente opposte e inconciliabili sembrano avere sovvertito il rapporto dell’uomo contemporaneo con la definizione della realtà e la sua conservazione in spazi mentali. Primo. Il sistema di produzione e consumo globale sollecita ossessivamente una continua sostituzione dell’oggetto del desiderio, indicando soddisfazioni raggiungibili a brevissimo termine e altrettanto rapide nell’estinguersi, per lasciare terreno a nuove smanie. Tutto questo impone una ininterrotta dismissione dell’affezione con gli oggetti, una memoria brevissima delle sensazioni e della visioni. Secondo. Lo stesso sistema si veicola in larga parte su una reale accessibilità di un universo molteplice che solo pochi anni fa non era immaginabile: una pluralità di informazioni che possono essere facilmente acquisite, archiviare, conservate. Eventi di infima importanza, altrimenti destinati a un naturale – irrevocabile – oblio, vengono immagazzinati su sempre più capienti supporti digitali a futura memoria. A beneficio di chi, e con quale possibilità di riemergere dall’immensità di minimalia consimili, questi restano interrogativi aperti. Sintesi (una possibile sintesi). La convivenza tra il mondo a consumo istantaneo e quello della memoria a tutti i costi produce in larga parte solo scarti. L’una e l’altra espansione (quella della materia macellata e della memoria minuta) andrebbero ridimensionate, fino a una inversione di tendenza. A volte l’arte serve a questo.
3.
Biagini e Senda lavorano quotidianamente nei propri studi, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro nell’Oltrarno fiorentino. Provengono da mondi diversi e hanno formazioni differenti, e i loro lavori, a guardarli, si potrebbe dire che non si somigliano nemmeno un po’.
4.
Hannah Arendt scrive che gli esseri umani devono essere uguali e diversi per poter comunicare. Uguali per trovare un linguaggio comune, per condividere le forme di alfabeti e sintassi, altrimenti inconciliabili. Diversi perché solo nella differenza si trovano le ragioni, i motivi che spingono due intelletti a confrontarsi. L’identità non ha bisogno di comunicare con sé stessa. Un dialogo tra più autori deve tenere sempre conto di questo assunto. Non è una condizione scontata. Non è comunemente accettato il concetto di diversità come valore. Nemmeno quello di uguaglianza.
5.
Marco Biagini ha una conoscenza approfondita – si potrebbe dire ‘sensibile’ – della pittura. Le complessità linguistiche del suo lavoro non prescindono dal rigore nel processo, negli strumenti, nell’esecuzione, e in una passione antica per gli aspetti fondanti del linguaggio che sono il disegno, il colore e la forma. Anche quando va in giro completamente vestito di arancione, fino a mimetizzarsi con i tecnici dell’ANAS, esperisce un lavoro sul colore – materia prima – conducendolo fuori dallo studio in forme del tutto irrituali. E del tutto coerente con la sua poetica.
6.
È il tempo il soggetto protagonista in tutto il lavoro di Tohko Senda. Un tempo che viene esplicitamente rappresentato nei suoi effetti, o espresso con la composizione stessa delle singole opere che riflettono nella loro sottile mobilità la presenza di un intervallo aperto che le contiene. Il tempo attraversa gli strati dei fogli da disegno evocando nei supporti e nelle immagini la fragilità della materia (che è soggetta al deperimento, alla caducità, alla trasformazione), e la persistenza delle forme, che alla materia sopravvivono. La cedevolezza delle forme di vita organiche, colte in un momento qualsiasi del loro percorso entropico, è una testimonianza di un tempo già passato, e contiene anche i minuti, le ore e i giorni che ancora aspettano oltre la linea d’ombra definita dal foglio di lavoro. I lavori su carta e su seta di Senda si svolgono come sublimi haiku, evitando qualsiasi commento superfluo alla semplice e inesorabile realtà che racchiudono. I fiori, il volo degli uccelli, i dettagli anatomici raccontano la propria presenza senza cedimenti, senza concessioni alla ricerca di uno stile o di una suggestione. Esattamente come nei componimenti poetici della tradizione giapponese, i contenuti dell’opera sono un’offerta, una traccia formalmente compiuta nella propria luminosa presenza ma ancora mobile: disponibile a prolungarsi oltre i propri confini con le parole o con lo sguardo di un lettore/spettatore. La mancanza di cornici, la transitorietà degli strumenti con cui l’artista si propone (ondeggiano spesso le opere di Tohko, mosse dal vento, dal passaggio di un corpo, o rischiano di staccarsi dai tenui supporti su cui poggiano per disporsi in una nuova configurazione, ancora una volta temporanea) lasciano intuire lo sviluppo di una nuova possibilità per le forme e per le visioni.
7.
Quando un artista ha una conoscenza a lungo coltivata con i modelli, le tecniche, i capisaldi della storia dell’arte, difficilmente rischia di essere antistorico. Il rapporto di Biagini con la storia dell’arte è un dialogo aperto: i suoi calciatori effigiati con pittura a olio diventano divinità, derise dall’artista e adorate da pubblico, come faceva Goya con i la casa reale di Spagna.
8.
Nell’iconografia occidentale, nell’immaginario al quale siamo abituati, il tempo ha l’aspetto della vecchiaia e l’atmosfera di sostanze inspessite e appesantite dalla propria lunga vita. Nelle opere di Tohko Senda il senso del tempo è nella sua natura lieve, il suo passaggio alleggerisce la materia, la purifica.
9.
Il mondo ritratto nelle opere di Marco Biagini proviene in modo piuttosto casuale da vecchi libri di scuola, da frame televisivi, dal patrimonio visivo dell’arte antica e contemporanea, dalla vita domestica e quotidiana in cui l’autore si muove. Il mondo particolare è investito da una capacità di recare significato, un vero e proprio atlante, alla Richter, “dove tutto è sempre valido”, dice l’artista, “sempre significante, sempre ricco”. Il mondo si trasforma passando attraverso il suo sguardo e, nelle forme e nei materiali nuovi in cui torna visibile, assume una unità che prima non gli apparteneva. La rana (gigante) e la bambina, le star del calcio e i volatili, si compongono – assieme agli altri elementi di una raccolta alata e spericolata – in un sistema di riferimenti sovrapposto a quello reale. In questa dimensione traslata si verificano sorprendenti, inedite parentele tra individui e cose altrimenti remoti tra di loro. Ogni soggetto contiene se stesso e tutte le altre possibili declinazioni intercettate nel viaggio tra la sua presenza in natura e la sua nuova forma, la vita che ha preso nella visione dell’artista. Le possibilità di significato escono dalla linea che definisce i profili e si completano nella saturazione del colore, nell’alterazione delle scale metriche, nell’astrazione degli sfondi.
10.
“Quando la nostra imbarcazione salpò, era già scesa la notte”.

Pietro Gaglianò maggio 2011

A Prato, città da sempre sensibile ai linguaggi contemporanei, ha aperto i battenti un nuovo spazio per l’arte: Die Mauer, punto di incontro tra la concezione tradizionale della galleria e la sperimentazione di progetti, confronti, attività formative aperte alla città. Die Mauer (che in tedesco vuol dire alla lettera “il Muro) si trova su via Pomeria, di fronte alle auguste mura medioevali, legata al centro della città ma anche strategicamente rivolta verso l’esterno. E proprio in questa sua collocazione si sintetizza uno degli aspetti portanti del programma che la gallerista Marini Meri intende mettere in opera:l’attenzione alla scena artistica pratese in proiezione verso le espressioni del contemporaneo in Italia e nel mondo. La mostra inaugurale, aperta nel mese di dicembre, ha dato concretezza a queste intenzioni: sulle pareti della galleria si fronteggiavano in un dialogo sorprendente i lavori di due autori pratesi, due generazioni con sensibilità estremamente differenti, abituate a linguaggi e tecniche diversissime. Alberto Moretti, classe 1922, è il decano degli artisti contemporanei pratesi, con una ricerca che dagli anni Quaranta ai nostri giorni si è sempre svolta in totale autonomia rispetto alle correnti, prevenendole o contrastandole, senza mai seguirle. La controparte di Moretti in questa conversazione d’autore è Paolo Meoni che qui presenta una serie di fotografie e video tutti incentrati sulla percezione dello spazio del tempo nel paesaggio urbano. Meoni, nato nel 1969 a Prato, è stato recentemente selezionato tra i finalisti del Premio Terna, tra i più prestigiosi riconoscimenti artistici nazionali. Seguendo questa linea di eccellenza, la galleria dedicherà la propria attività in larga parte agli artisti toscani, andando alla ricerca di protagonisti da rilanciare ma anche di giovani e inedite risorse interamente da scoprire. Ma Die Mauer non sarà soltanto la location per mostre. Sfruttando la sua struttura architettonica, con uno spazio-galleria stile white cube, e una seconda stanza, un po’ ufficio, un po’ salotto e un po’ camera delle meraviglie, il progetto svilupperà attività di didattica e laboratori, puntando a coinvolgere gli enti di formazione e le istituzioni. La saletta sul retro rappresenta il vero cuore della galleria, con le opere dei più diversi artisti disposte in modo casuale, ma appassionato, come se si trattasse di una collezione privata. Qui la gallerista incontra gli amici e cultori d’arte, ma lo spazio è aperto soprattutto a chi vuole addentrarsi nel conoscere meglio il mondo della contemporaneità, guardando opere da vicino o consultando la cospicua biblioteca di cataloghi e monografie che è a disposizione del pubblico. La stessa attività espositiva si ramificherà in esplorazioni tra i diversi linguaggi, dalle tecniche tradizionali della pittura, della scultura, della fotografia, per spaziare ad installazioni e performance, fino ad aprirsi al design, alla moda, e ai problemi legati al dialogo interculturale.

Guido Melis pensa riguardo a “Solitari blu”
“I testi sono indubbiamente onirici, ma non li definirei criptici, anzi credo che una volta entrati nella dimensione del disco essi si dipanino dolcemente, a fianco della musica. Non sento, per lo meno in questo momento, la necessità di raccontare delle storie: quello che vorrei ottenere è di suscitare delle emozioni grazie al suono delle parole, di una determinata parola in un determinato momento” “Gli spunti di base per i brani sono venuti principalmente da me, con un grande contributo di Marco [Superti], ma alla stesura ha collaborato tutta la band, in una lunga serie di prove durante il 2010, mentre in alcuni arrangiamenti è stato determinante il ruolo di Giulia che, dopo le registrazioni, è entrata stabilmente nel gruppo e parteciperà alla promozione live. “Sono molto soddisfatto del suono del disco: fin dall’inizio della registrazione abbiamo cercato di mantenere un workflow più analogico possibile, volevamo che suonasse come un vinile del 2011. In questo senso è stato fondamentale il contributo in fase di missaggio, come del resto in tutta la produzione del cd, di Ernesto de Pascale, e anche il mastering effettuato alla Fonoprint” “La copertina è un’opera originale dell’artista pistoiese Gianfranco Chiavacci: è stata un’altra idea di Ernesto, che di fatto l’ha letteralmente progettata. Secondo me è il giusto complemento alla musica, e anche un valore aggiunto all’ “oggetto –disco”, che per me anche nel 2011 rimane il supporto migliore e più autorevole per un insieme coerente di canzoni”